KENYA – ITINERARIO – 12 GIORNI – On the road tra safari, villaggi Masai e mare
Che cos’è il famoso Mal d’Africa? Me lo sono chiesto spesso prima di partire.
Verrà anche a me? E’ una sensazione di tristezza? Oppure di nostalgia? E cos’è che lo scatena? Le persone? I colori? I profumi? Gli animali dei parchi nazionali?
Ora che sono tornata ho capito. Il Mal d’Africa si può descrivere con una sola parola: gratitudine.
Gratitudine verso una terra che, pur non avendo nulla mi ha regalato molto. Mi ha fatto vedere il mondo da una prospettiva diversa, fatta di semplicità, piccole cose, pochi oggetti e tanti sorrisi. Mi ha ricordato che i nostri problemi “occidentali” non sono altro che costruzioni illusorie, muri che abbiamo alzato contro la semplicità della vita, maschere che abbiamo indossato e che non hanno fatto altro che creare complicazioni. Ma quando davvero ti ritrovi in mezzo al nulla, queste maschere cadono, ritrovi te stesso nella sua semplicità di un essere umano imperfetto. Questo ti insegna l’Africa, questo è per me il Mal d’Africa, quella sensazione di gratitudine per essersi potuto spogliare di tutti quegli strati inutili e in fondo averci trovato il proprio essere.
Cosa aspettarsi da questo viaggio
✔ una natura selvaggia, incontaminata, maestosa e, a volte, crudele
✔ cibo semplice, ma gustoso
✔ un popolo accogliente, sempre sorridente nonostante le difficoltà
✔ musica, musica, musica
✔ centinaia di chilometri di strade sterrate
✔ lacrime di Mal d’Africa
Consigli per iniziare a organizzare il viaggio
VOLI
diverse compagnie viaggiano dall’Italia al Kenya. Neos effettua voli diretti per Mombasa, per chi è interessato a una vacanza al mare. Effettua un paio di voli a settimana, ma non sono prenotabili con più di sei mesi di anticipo. Altre compagnie volano su Nairobi: Turkish Airways, con cui abbiamo viaggiato noi, fa scalo a Istanbul e da l’opportunità di vedere anche la città in caso di scali più lunghi di sei ore oppure, sempre con scalo, EgyptAir, Ethiopian Air, Qatar Airways.
negli aeroporti kenioti non è permesso fare foto o video, rischierete di incorrere in lunghi interrogatori da parte dei funzionari e/o polizia oltre al sequestro del cellulare o della macchina fotografica.
METEO
Il Kenya ha un clima di tipo equatoriale, con stagioni delle piogge che vanno da marzo a maggio e da ottobre a novembre. Il clima e la temperatura varia molto in base al luogo. Nairobi e i grandi parchi dell’entroterra (Masai Mara, Lake Naivasha, Nakuru e Amboseli), si trovano tra i 1000 e i 2000 mslm. In inverno (da giugno a settembre), in questi territori, c’è una forte escursione termica, di notte possono esserci anche 8-10 gradi e di giorno la temperatura può raggiungere i 35 gradi. Non è raro trovare pioggia e nebbia, soprattutto tra le montagne di Nairobi e i laghi. Le estati sono secche ed estremamente calde.
Al mare c’è una temperatura costante tutto l’anno che va dai 25 ai 32 gradi, con la sola differenza che i mesi estivi (dicembre, gennaio) hanno un forte tasso di umidità. L’inverno ha una temperatura estremamente gradevole durante tutta la giornata, il mare però è spesso più mosso rispetto all’estate. Se le date del vostro viaggio sono flessibili, controllate le basse maree prima di prenotare, perchè nei giorni in cui la marea è più bassa, vedrete comparire delle bellissime lingue di sabbia in mezzo al mare.
MONETA E COSTI
La moneta nazionale è lo scellino Kenyota, ma accettano volentieri pagamenti in Euro o Dollari. Troverete facilmente ATM in tutte le principali destinazioni turistiche, ma accettano quasi ovunque pagamenti con la carta. Noi abbiamo portato un po’ di contanti per ogni evenienza, abbiamo cambiato con la valuta locale principalmente per pagare le mance e piccoli souvenir comprati per strada. La mancia non è obbligatoria, ma molto apprezzata. Lo stipendio medio mensile è molto basso (un receptionist viene pagato circa 100 euro al mese), per cui le mance sono un grande aiuto per loro.
Per quanto riguarda i costi, il Kenya non è economico (per i viaggiatori). Noi non abbiamo soggiornato in strutture di lusso, ma in campi tendati belli e puliti durante i safari e in un bel resort vista mare a Watamu. Mediamente è difficile spendere meno di 150 euro a notte in campo tendato e 100 al mare. Gli ingressi ai parchi nazionali sono carissimi, il più caro (ma il più emozionante) è il Masai Mara che costa 200 euro a persona al giorno. Un safari di tre giorni ha un costo che può variare dai 1200 ai 3000 euro a persona (inclusi driver, auto, vitto, alloggio e ticket di ingresso ai parchi), in base alle strutture in cui si sceglie di soggiornare.
DONAZIONI
Abbiamo spesso sentito racconti di persone che consigliano di portare donazioni come caramelle o vestiti da lasciare alla popolazione locale. Credo che non ci sia nulla di più sbagliato da fare perché questa pratica alimenta drasticamente l’accattonaggio e il fenomeno dei bambini per strada che mendicano al passaggio di ogni Jeep con bianchi a bordo. I kenyoti sono un popolo estremamente accogliente, ma i bimbi per strada che sembrano salutare, spesso lo fanno sperando di ricevere qualcosa in dono. Il nostro consiglio è quello di evitare il più possibile questa pratica (vi renderete conto che a volte sarà difficile), ma di fare donazioni ad associazioni locali, magari andandoli a trovare di persona. Noi abbiamo deciso di visitare un orfanotrofio (di cui troverete il racconto più in basso) e abbiamo portato materiale scolastico, cibo e prodotti per l’igiene personale acquistati sul posto, che abbiamo consegnato alla direttrice del centro. Gli abiti usati non sono una buona idea, perché spesso vengono rivenduti ai mercati e diventano immondizia bruciata per strada nel giro di pochi mesi.
LINGUA
La lingua ufficiale è lo Swahili, lingua parlata in tanti stati africani, da cui derivano parole famose come Jambo! e Hakuna Matata, ma tutti sanno parlare molto bene in inglese, seconda lingua ufficiale. Watamu e Malindi hanno subito un fortissimo turismo italiano, per questo motivo, moltissimi Kenyoti sulla costa, parlano anche un buon italiano.
DATI INTERNET
Non abbiamo avuto problemi, al nostro arrivo, a fare una sim card con la compagnia Safaricom che ha un’ottima copertura dovunque, chiedendo al nostro driver di accompagnarci ad acquistarla. Attenzione che se arrivate di notte non troverete negozi aperti e dovrete attendere la mattina seguente. Occorre presentare il passaporto per poter comprare la sim card. Noi abbiamo acquistato 8gb di dati al costo di 7 euro che ci sono bastati per 12 giorni di viaggio. Spesso negli hotel e nei campi tendati il wifi non prende, per cui è necessario appoggiarsi ai dati della sim anche di notte.
SAFARI E SPOSTAMENTI
non hai visto il Kenya se non hai fatto almeno un Safari. Un’esperienza emozionante, adrenalinica ma che è importante vivere in sicurezza. I parchi nazionali sono controllati dallo Stato kenyota o dalle comunità Masai, come il Masai Mara, ed è necessario pagare il ticket di ingresso e avere una guida/driver. All’interno dei parchi non è permesso guidare in autonomia, si può entrare nei parchi solo con una guida certificata. Per questo motivo è necessario affidarsi a un’agenzia che provvederà al noleggio del mezzo, meglio una Jeep 4×4, e ad affidarvi un driver. Noi abbiamo visitato quattro parchi attraversando gran parte del Kenya e ci siamo affidati a Mondo Overland, un tour operator locale che ha organizzato per noi cinque giorni di on the road. Il consiglio è quello di affidarvi a un’agenzia del luogo, che conosca il territorio e che vi permetta di godervi il viaggio in serenità. Anche al di fuori dei parchi, sono poche le strade asfaltate, spesso abbiamo attraversato centinaia di chilometri di strade sterrate con grosse buche a causa delle piogge. Una guida saprà qual è il percorso migliore da seguire in base alla stagione e al meteo. Per spostarci a Nairobi invece, abbiamo utilizzato Uber e lo abbiamo trovato veloce, affidabile ed economico. Al mare, invece, il tuk tuk è stato un mezzo perfetto per fare commissioni a Malindi e Watamu, e, per chi ama le moto è possibile salire a bordo dei Boda Boda, un’icona per le strade del Kenya. Troverete sempre tuk tuk e Boda Boda in attesa nelle vicinanze di hotel e resort ed entrambi hanno prezzi economici.
MARE
esistono principalmente due zone marittime dove il turismo si è sviluppato: Watamu e Diani. La differenza principale è che Watamu è un villaggio più popolato ed è più vicino all’aeroporto di Malindi, Diani si sta trasformando in zona a vocazione turistica ed è più vicina all’aeroporto di Mombasa. Il fenomeno delle maree è visibile in entrambi i luoghi, ma attenzione alle alghe di inverno, visibilissime anche da Google Maps che potrebbero rovinare i vostri bagni. In entrambi i luoghi è possibile fare delle escursioni per andare ad ammirare la barriera corallina e i numerosi pesci che la popolano. Watamu ha una vita notturna più sviluppata rispetto a Diani.
ITINERARIO
GIORNO 1 • Maji Moto Masai Camp
GIORNO 2 • Masai Mara National Park
GIORNO 3 • Lake Naivasha
GIORNO 4 • Amboseli National Park
GIORNO 5 • Tsavo Est National Park
GIORNO 6 • Watamu
GIORNO 7 • Malindi
GIORNO 8 • Safari Blu
GIORNI 9-12 • Watamu
GIORNO 13 • Nairobi
Giorno 1
Volo: Milano | Istanbul | Nairobi
Tempo di percorrenza: 14 ore
Data: 7 agosto
Tappe: Nairobi – Maji Moto Masai Camp
Il giorno della partenza è sempre trepidante per me. Non so mai cosa mi aspetterà, corro per casa per chiudere la valigia sperando di non aver dimenticato nulla, ma per fortuna mi aiuta il mio elenco dettagliato a non scordare qualcosa a casa.
Arriviamo a Malpensa con tre ore di anticipo, lasciamo l’auto al nostro parcheggio di fiducia, il P.A.M. a meno di un chilometro da Malpensa e uno shuttle privato ci lascia davanti alle partenze. Per fortuna il volo è orario, prima volta con Turkish Airline, compagnia di bandiera turca e procediamo in un rapido check-in per imbarcare le valigie.
Saliti sull’aereo, e dopo un pranzo a bordo a base di falafel, carne e verdure, atterriamo all’immenso aeroporto di Istanbul per uno scalo di quattro ore. L’aeroporto è enorme, un melting pot di brulicante vociare.
Consiglio: se volate con Turkish Airline e prenotate uno scalo di più di 6 ore, potrete usufruire di uno dei suoi tour gratuiti in bus per Istanbul. Sul loro sito internet troverete gli orari dei tour, ne sono previsti sia al mattino che al pomeriggio e partono direttamente dall’aeroporto.
Dopo altre sette ore di volo, atterriamo all’aeroporto di Nairobi alle 3 di notte, ora locale.
Scendiamo dall’aereo davvero molto stanchi, FA FREDDISSIMO! Nairobi è situata sugli altipiani del Kenya e agosto è nel pieno del loro inverno. I controlli dei passaporti passano veloci, inconsapevoli però che una serie di sfortunati eventi si stanno per abbattere su di noi.
Dimenticandoci che in aeroporto è vietato fare foto e video, ci immortaliamo in un primo video, ma veniamo subito bloccati da un grosso addetto alla sicurezza che ci sequestra il telefono. La situazione ci sembra ambigua fin da subito, e infatti, dopo qualche discussione diventa chiaro che si tratta di un ricatto ben orchestrato, risolvibile facilmente con una bella mazzetta. Siamo assonnati e troppo stanchi per discutere e riusciamo a cavarcela con 20 euro.
Il benvenuto non è dei migliori, ci avviamo affranti verso le porte degli arrivi in cerca del nostro driver e troviamo decine di “guide” più o meno accreditate in attesa dei propri viaggiatori. Siamo alla ricerca di Antony, nonostante sia notte fonda il caos regna sovrano, volano foglietti scritti a mano con nomi e cognomi, ma di Antony nessuna traccia.
Il Kenya ci sbatte subito in faccia la sua verità, qui non c’è alcuna certezza, ma nessuno, mai, viene lasciato indietro.
Una donna gentile ci presta il suo cellulare, ma nessuno risponde. Si crea un crocevia di “tu conosci Antony?”, “forse l’ho visto andar via!”, “non verrà nessuno, venite con me, sono un bravissimo driver!”. Siamo i giullari del marciapiede degli arrivi! Sembra che qualcuno l’abbia intercettato, e dopo poco, un ragazzo col pizzetto, infradito e jeans si avvicina sventolando un foglietto di carta con scritto “Elisa e Mirko”. Siamo noi, stremati da queste prime due ore kenyote scandite da trattative, estorsioni e disorganizzazione, ma siamo noi!
Il nostro driver, si scusa immensamente per il disguido, non riusciva a contattarci perchè i nostri telefoni non avevano la rete dati ed era rimasto intrappolato nelle prime proteste mattutine degli studenti di Nairobi. Già, un piccolo dettaglio, pochi giorni prima di partire, Nairobi era stata travolta da violente sommosse di giovani che protestavano contro la corruzione del governo.
“Partiamo, veloci, dobbiamo lasciare Nairobi prima dell’alba, altrimenti sarà impossibile uscire dalla città!” Antony ci accoglie con queste parole. Saliamo veloci sul nostro van e via, inizia il nostro viaggio.
Un inizio turbolento, prima volta in Africa, siamo infreddoliti, svegli da un giorno e mezzo, un po’ impauriti. Nairobi è buia, scorgiamo solo nebbia e pioggia fuori dai finestrini. Nonostante non sia ancora albeggiato, il traffico è già intenso e peggiora uscendo dalla città. Saliamo su una ripida montagna, con curve e precipizi pericolosi. Le strade sono dissestate, enormi voragini costringono gli automobilisti a fare lo slalom tra le corsie, ci sono tante persone che camminano ai bordi della strada, sembra non avvertano alcun senso di pericolo. Antony sembra guidare tranquillo, ma un finestrino del van si è bloccato e ormai battiamo i denti per il freddo.
Decidiamo di sdrammatizzare, ripercorrendo le disavventure che avevamo vissuto in quelle poche ore, e sembra funzionare, perché le cose iniziano a migliorare. La luce dell’alba inizia a illuminare il paesaggio, la nebbia si dissolve facendoci scorgere le montagne in lontananza che avevamo appena oltrepassato e i primi scorci di savana: distese di steppa con i tipici alberi di acacia disseminati qua e là. Il paesaggio è incantevole e presto ci distrae dalle nostre iniziali paure, non ci accorgiamo nemmeno che Antony è riuscito a tirar su il finestrino, incantati dalla straordinaria bellezza che scorre davanti a noi. Avvistiamo i primi villaggi Masai con le tipiche case di fango e i recinti in rami intricati, le prime baracche di lamiera a bordo strada, qualche mucca in cerca di qualche filo d’erba polveroso, le prime persone che camminano nell’atmosfera rosata di quest’incantevole alba africana.
In tarda mattinata, quando ormai i villaggi brulicano di persone affaccendate nelle loro attività quotidiane, ci fermiamo per una prima tappa caffè. Scopriamo presto che ai viaggiatori sono riservati ampi spazi recintati, costruiti apposta per vendere caffè, acquistare souvenir e fare pipì. Sono tappe isolate ma sempre in luoghi strategici dove troviamo parcheggiate decine di fuoristrada e van come il nostro. Di certo non ci fa impazzire, né ci sembra un luogo autentico per acquistare qualche oggetto, ma ne approfittiamo volentieri per sgranchirci un po’ le ossa. Intanto chiediamo al nostro amico driver di accompagnarci a comprare due sim, troviamo presto un negozio e finalmente siamo di nuovo connessi con il mondo! Possiamo scambiarci i numeri di telefono, ma quando Antony mi da il suo numero mi chiede di salvarlo come Eric, che ci confessa essere il suo vero nome. Sconcertati dalla notizia, ci spiega che, al nostro arrivo in aeroporto, non aveva voluto dirci, per non spaventarci, che Antony aveva avuto un imprevisto e lui era il suo sostituto. Dopo un primo titubante momento di sconcerto, capiamo che non c’era nulla di anormale in ciò che ci aveva confessato semplicemente perché qui, in fondo, “funziona così”!
A seguito di quest’ennesimo colpo di scena, riprendiamo il nostro viaggio, siamo ormai a 200 km a ovest di Nairobi, e ci ritroviamo sulla prima delle moltissime strade sterrate che percorreremo: quella che ci condurrà al Maji Moto Eco Camp, la tappa che più stavamo attendendo.
Il MaJi Moto Eco Camp è un villaggio Masai molto particolare perché, a differenza dei tanti che si trovano facilmente per strada, è possibile trascorrere con loro anche la notte oltre a prendere parte a tante loro attività quotidiane. Il nostro arrivo è fin da subito travolgente. I ragazzi Masai ci accolgono con i loro canti e altissimi salti, e ci avvolgono nelle loro tipiche coperte rosse e nere di lana, le Shuka. Dopo la notte trascorsa a battere i denti abbiamo capito perché si coprono così, di notte le temperature possono arrivare intorno agli zero gradi nei freddi altipiani kenyoti.
Veniamo accolti da Baba, un anziano signore dagli occhi gentili, con un enorme dilatatore al lobo dell’orecchio, un bastone sapientemente intarsiato e il sorriso più contagioso che abbia mai visto. Baba e i ragazzi masai ci mostrano la strada per nostra capanna. Avremo il privilegio di dormire una notte in una loro tipica capanna di fango e tetto in paglia.
La capanna è stata riadattata per accogliere noi “europei dai mille bisogni”: a differenza delle loro, nella nostra c’è un pavimento in pietra, un comodo materasso, due cuscini, lenzuola, coperte e persino due tavolini in legno. L’atmosfera all’interno è davvero unica: i suoni ovattati dalle pareti di terra, il profumo del fieno del soffitto, la flebile luce che entra dalle due piccole finestrelle chiuse solo da un listello di legno. Niente bagno in camera, solo bagni in comune molto semplici ma accoglienti, dove è possibile fare una doccia calda con l’acqua della preziosa sorgente bollente che anche gli abitanti utilizzano per bere e lavarsi.
Stremati da trentadue ore svegli, dopo una doccia calda, ci rifugiamo nella nostra capanna, dove facciamo il pisolino pomeridiano più rigenerante della nostra vita nel silenzio ovattato di quelle quattro semplici mura.
Al nostro risveglio troviamo ad aspettarci Baba e Lisa, una dolce ragazza Masai che parla perfettamente inglese e partiamo per una passeggiata attraversando le impressionanti Euphorbie che ombreggiano i sentieri attorno al villaggio, fino a raggiungere il Maji Moto, in Swahili, la preziosa sorgente d’acqua calda. I primi bimbi si avvicinano sorridenti, ci abbracciano, alcuni vogliono essere presi in braccio. Accanto alla sorgente troviamo una donna che lava i suoi vestiti, un asino che beve e alcuni ragazzi che riempiono alcune taniche d’acqua. Ancora non lo sapevamo, ma nei giorni seguenti avremo visto centinaia di bambini trasportare a piedi enormi taniche d’acqua ai bordi delle strade!
Dopo un pranzo semplice ma molto gustoso a base di chapati, fagioli e carote in mezzo al bush, continuiamo la nostra esplorazione intorno al villaggio. Raggiungiamo una piccola comunità di sole donne Masai che vive in quattro capanne circondate da un recinto di legno spinoso per proteggere il bestiame. Al nostro arrivo iniziano a intonare i loro canti tipici di benvenuto, litanie ripetitive e ipnotiche, e hanno allestito a terra una vendita di piccoli oggetti, bracciali e collanine fatte da loro.
Proseguiamo il cammino verso un piccolo promontorio, la cui terra è arancione, compatta, tagliente, composta per lo più da quarzi e altri minerali che brillano alla luce del sole. Arrivati in cima si apre davanti a noi una distesa infinita: il nostro primo scorcio di savana. Ci sediamo su un masso in attesa del tramonto, coccolati dai nostri amici Masai che ci offrono pop corn ed il nostro primo Chai, una bevanda dolce, calda, speziata, originaria dell’India, ma bevuta molto anche in tutto il Kenya. Baba inizia ad urlare, anzi, forse più ululare al sole e noi, ridendo divertiti, cerchiamo di imitarlo. Il sole scende presto sotto l’orizzonte ed è ora di tornare al villaggio per accendere il fuoco prima che faccia buio. I Masai ci insegnano la sottile arte di accendere il fuoco sfregando dei piccoli legnetti contro scaglie e fascetti di erbe secche. Per cena veniamo accompagnati nel bush, illuminati dalle sole torce di fuoco, dove ci aspettano tanti piatti tipici: stufati, legumi, patate e una montagna di chapati. Il cielo intorno a noi è gremito di stelle, la Via Lattea è incredibilmente visibile, siamo circondati dal nulla, distanti più di 200 chilometri da Nairobi, intorno a noi solo savana e qualche piccolo villaggio senza energia elettrica. Siamo giunti al termine di questa incredibile giornata che concludiamo seduti intorno al fuoco, raccontandoci tante storie di vita e imparando le loro canzoni, affascinati dalla semplicità delle loro giornate.
Un ragazzo Masai ci accompagna alla nostra capanna e ci informa che veglierà su di noi tutta la notte seduto su un tronco a pochi metri da noi. Complice forse anche la stanchezza e contro ogni aspettativa, riposeremo serenamente e profondamente tutta la notte, meravigliati dalla giornata incredibile che abbiamo vissuto.
















Giorno 2
Data: 8 agosto
Tappe: Masai Mara National Reserve
Pernottamento: Tayari Luxury
La mattina seguente, aprendo la porta della nostra capanna, alcune scimmiette dispettose cercano di avvicinarsi in cerca di cibo. Sembra anche che qualche iena si sia avvicinata un po’ troppo al villaggio durante la notte e i Masai abbiano avuto il loro bel da fare per allontanarle. Dopo queste inquietanti informazioni, cerchiamo di cambiare discorso con una buona colazione a base di uova strapazzate e chai. Giunge così il momento di salutare tutti, riempiamo le nostre borracce di acqua della sorgente e dopo aver abbracciato i nostri nuovi amici, ripartiamo a bordo del nostro van 4×4.
Non distante dal villaggio Masai, si trova una delle più incredibili e immense riserve naturali al mondo: il Masai Mara.
Dopo pochi chilometri, ci ritroviamo davanti a un enorme portale in pietra, con un grosso cancello in ferro e guardie armate addette alla sicurezza. Sulla cima del portale un’enorme scritta “Masai Mara National Reserve” che segna il punto di ingresso in un altro mondo: la savana. Il caos regna sovrano al di fuori del gate: orde di Jeep con bianchi a bordo, donne Masai che assalgono le auto per vendere collanine e bracciali, urla, colori e gente che balla per strada.
Eric sale sul van e spinge in sù il tettuccio dell’auto aprendoci una vista panoramica.
Prepariamo le macchine fotografiche con gli obiettivi più lunghi che abbiamo, tiriamo fuori cavalletti e batterie di riserva. Eric chiude lo sportello del 4×4 e via, si entra!
Ci ritroviamo davanti a questo spazio infinito, un susseguirsi di paesaggi incontaminati, dove migliaia di animali sono impegnati nella Grande Migrazione d’agosto. Restiamo ammutoliti e increduli.
Iniziamo a percorrere i sentieri di questo mondo parallelo e improvvisamente ci ritroviamo in piedi sui sedili, aggrappati malamente a qualche gancio del van che intanto sfreccia tra buche, polvere, vento e sole.
La radiolina gracchia in sottofondo e ogni tanto si sente urlare dall’altra parte del microfono. C’è un leone! Parte la corsa per trovarlo seguendo le coordinate che ci indicano in radio. Eccolo finalmente, a un passo da noi, che sfoggia fieramente le sue cicatrici e si gode l’ombra di un cespuglio nella savana.
E nei momenti più tranquilli ammiriamo la bellezza della natura selvaggia, elefanti, giraffe, Wild Beast, iene, facoceri, zebre, gazzelle, bufali e qualche ghepardo che cerca la sua preda. È tutto così vivo, crudele ed affascinante.
Arriviamo al Mara River, dove i Wild Beast corrono veloci per attraversare il fiume, lasciando una scia di polvere che copre i raggi del sole. Poco più il là, coccodrilli e ippopotami si godono un bagno nelle sue acque, ma vengono disturbati da questo frastuono, sanno bene che è arrivata l’ora di mangiare.
Intanto arriva il tramonto, una palla di fuoco rosso sangue cade dietro una delle tipiche acacie ad ombrello della savana, su cui un leopardo si sta stiracchiando dopo averci dormito durante tutto il giorno. È tutto al contrario, al tramonto tutto si risveglia, è ora scendere dall’albero, è ora di cacciare e di correre veloci prima che arrivi la notte.
Usciamo dalla riserva frastornati dall’incredibile susseguirsi di emozioni che abbiamo provato e raggiungiamo il nostro primo campo tendato, il Tayari Luxuri. La nostra prima notte in una tenda “Harry Potter Style”, un’enorme tenda costruita su una palafitta in legno con bagno in camera e un comodo letto matrimoniale con un caldo piumone per le fredde notti della savana. Stremati, ceniamo velocemente nella stanza comune con un buffet dove non mancano mai i classici piatti africani: ugali (una polenta bianca a base di mais), stufato di carne, fagioli, spinaci e fagiolini e ci congediamo presto nella nostra tenda per la notte.


















Giorno 3
Data: 10 agosto
Tappe: Lake Naivasha – Hell’s Gate National Park
Pernottamento: Naivasha Crescent Camp
Si riparte a bordo del nostro van guidato da Eric, che abbiamo avuto il piacere di conoscere meglio durante i nostri spostamenti.
Ha la nostra età, una bimba, una moglie, una laurea in zoologia e due lavori: guida turistica durante la stagione secca e contadino durante la stagione delle piogge. Un ragazzo umile, gentile, disponibilissimo, ci accorgiamo presto di quanto sia appassionato del suo amato Kenya. Ci racconta della complessità della vita di questa terra, la povertà, la mancanza di acqua, la corruzione e il difficile accesso ai servizi e all’istruzione. Ci racconta di un popolo rimasto gentile ed accogliente nonostante tutto e della profonda speranza che nutre per il futuro.
Le ore in van passano veloci in sua compagnia e arriviamo alla prossima tappa: il lago Naivasha.
Soggiorniamo al Naivasha Crescent Camp, nella nostra seconda tenda “Harry Potter style”, questa ancora più grande. Due letti matrimoniali a baldacchino, coperte zebrate, patio esterno con un’impressionante vista sul lago e sui suoi suggestivi alberi nudi e spogli soffocati dall’acqua. Piccole imbarcazioni utilizzate per la pesca sono ormeggiate ai bordi del lago e, al tramonto, alcuni animali selvatici simili a cervi circondano le tende del camp.
Dopo pranzo ci spostiamo all’ingresso del vicino Hell’s Gate, una riserva naturale che è possibile percorrere in bicicletta, perché non sono presenti predatori. Un Maasai che si fa chiamare Joseph, dall’atteggiamento un pò scontroso, ci attende all’ingresso; siamo in ritardo, forse è un po’ scocciato. Recuperiamo due biciclette ed entriamo dagli enormi cancelli della riserva. Seguiamo un sentiero sterrato che si estende tra due alte conformazioni rocciose da entrambi i lati. Iniziamo a scorgere i primi animali: zebre, scimmie e qualche giraffa in lontananza. Riusciamo a vedere anche un bel branco di bufali. Il paesaggio scorre tra scorci suggestivi fino ad arrivare alla fine del sentiero.
“Dobbiamo proseguire a piedi!” ci informa Joseph. Ci addentriamo in uno stretto passaggio tra le gole di un ruscello. Joseph, con le sue ciabatte, mi prende per mano e trascina me e le mie scarpe da trekking in questo impervio percorso ad ostacoli. Salta come una gazzella, incurante del pericolo. Io sono convinta di spezzarmi una caviglia. Arriviamo incolumi alla fine delle gole e si apre davanti a noi un canyon con delle suggestive conformazioni rocciose dove sono state girate alcune scene di Lara Croft. “Qui c’è stata Angelina Jolie” esclama Joseph con gli occhi che brillano.
“Dobbiamo tornare indietro!” ormai seguiamo alla lettera quello che Joseph comanda. Riprendiamo le nostre biciclette per ripercorrere il sentiero, ma un forte vento contrario e dei nuvoloni neri e minacciosi rendono difficile proseguire. Il vento si fa sempre più forte alzando la sabbia della strada che ci arriva dritta negli occhi, tanto da impedirci di pedalare.
“Dobbiamo fermarci” urla Joseph. Ma in Kenya c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarti. Due giovani alla guida di una vecchia auto si fermano vedendoci in difficoltà e ci offrono un passaggio fino all’ingresso del parco. Lungo il tragitto ascoltiamo la loro musica a tutto volume, ridendo e scherzando in lingue diverse. Forse è proprio questa l’essenza di un viaggio!
La serata termina dopo un’abbondante cena a buffet nel nostro Camp e, al ritorno in tenda, troviamo una borsa dell’acqua calda sotto lo spesso piumone che ci avrebbe tenuto al caldo in questa terza notte africana.








Giorno 4
Data: 11 agosto
Tappe: Amboseli National Park – Kilimangiaro
Pernottamento: Kibo Slopes Cottage
Eric si fa trovare di prima mattina fuori dalla nostra tenda, pronto per un lungo, lunghissimo tragitto: quasi 300 chilometri per raggiungere l’Amboseli, il parco nazionale ai piedi del Kilimangiaro.
Ripercorriamo la strada verso Nairobi, questa volta molto più a nostro agio rispetto al primo impatto del giorno del nostro arrivo. La strada scorre veloce, Eric sfreccia superando pericolosamente tir e Jeep, forse è meglio metterci le cinture!
Ai bordi delle strade è una distesa di baracche di lamiera e fango, mercati improvvisati nella terra polverosa, latrine all’aria aperta, piccoli roghi di immondizia a bordo strada, mucche portate al pascolo da gruppi di bimbi di tutte le età che trascorrono le giornate cercando di salutare e fermare i fuoristrada dei bianchi che sfrecciano per l’unica carreggiata asfaltata. Tutti sono per strada: c’è chi vende, chi chiacchiera, chi attende, chi si riposa. Il senso di comunità si fa sentire forte in ogni angolo. Riattraversando Nairobi vediamo una città dai mille contrasti; gli alti palazzi di cemento con ai piedi baracche di lamiera, il traffico intenso, la musica afro a tutto volume che fuoriesce dalle enormi casse montate in vecchie automobili colorate e i “matatu“ (i tipici minibus pubblici) che si riempiono di persone fino a scoppiare, vecchie valigie, mobili e ogni tipo di oggetto legato sulla cappotta prima di partire.
Dobbiamo fare una tappa obbligata: il gommista. Sembra che una gomma sia sgonfia. In fondo è il minimo che poteva capitare su quelle strade sterrate di quarzi taglienti! Ci fermiamo da un gommista che Eric conosce. Inizialmente siamo indecisi se scendere dal van, ma l’attesa si fa lunga, prendiamo coraggio e ci addentriamo lungo i banchi del mercato a bordo strada. Tutti ci guardano, non è un posto per bianchi quello, non se ne vede nemmeno uno per strada. Eric approfitta per acquistare qualche attrezzo per le sue coltivazioni e io intanto scatto foto, foto foto!
Il van è pronto, possiamo ripartire. Usciamo dal trambusto di questa metropoli africana e ritornano i paesaggi infiniti della savana. Per pranzo ci fermiamo in un punto ristoro lungo il tragitto e, come ogni volta, dobbiamo quasi obbligare Eric a pranzare con noi. E’ cosi modesto che non ci avrebbe mai chiesto di mangiare, ma ci avrebbe aspettato in auto senza nemmeno pranzare. Felice del nostro invito, che a noi sembra normale ma forse non per tutti lo è, riempie il suo piatto di stufato, chapati, riso e verdure e torna dal bis con un proverbio africano che dice “riempiti la pancia ogni volta che ne hai l’occasione, non sai quando potrai rifarlo”.
Nel pomeriggio arriviamo alle porte del prossimo parco: l’Amboseli National Park. Veniamo fermati da alcune bellissime donne Maasai che attendono le jeep e i van dei visitatori per vendere i loro bracciali alle porte del gate. La loro insistenza sorridente è così travolgente e disarmante che non è possibile non cedere. Scattiamo alcune foto dei loro visi sorridenti prima di aprire di nuovo il nostro tettuccio del van ed addentrarci nella riserva.
Migliaia di elefanti sono i re indiscussi di questo parco: giocano, si lavano nelle pozze paludose e attraversano intimoriti i sentieri dedicati al passaggio dei fuoristrada. Il Kilimangiaro veglia silenzioso su questa immensa distesa. Ne vediamo solo l’enorme base, perché la cima è coperta dalle nuvole. Arriva l’ora del tramonto; avvistiamo alcune leonesse riposarsi e ci godiamo quell’immensa palla di fuoco che si tuffa dietro le acacie della savana.
E’ quasi buio, usciamo dalla riserva per raggiungere il nostro rifugio per la notte, ma, improvvisamente, due giraffe ci attraversano la strada! Eric riesce a frenare in tempo scongiurando un terribile tamponamento che sarebbe andato sicuramente a nostro sfavore. Raggiungiamo il nostro hotel che si trova al confine con la Tanzania, una stanza semplice ma confortevole, dove speriamo di vedere il Kilimangiaro la mattina seguente.













Giorno 5
Data: 12 agosto
Tappe: Kilimangiaro – Tsavo Est
Pernottamento: Gecko Resort Watamu
Siamo così arrivati all’ultimo giorno del nostro viaggio on the road per il Kenya in compagna di Eric. Oggi la strada da percorrere è davvero lunga: 450 chilometri dove attraverseremo di passaggio la riserva dello Tsavo Est per arrivare in serata a Watamu.
E’ una mattinata serena, il cielo è azzurro e noi abbiamo un grande obiettivo: vedere il Kilimangiaro.
Saliamo sul van e tornando sulla strada principale si apre davanti a noi la vista della più alta vetta d’Africa, il monte solitario più alto del mondo. Vedere il Kilimangiaro era sul mio elenco delle “101 cose da fare prima di morire”. Che emozione! E’ anche innevato.
Giusto il tempo di poche foto e ritorna a nascondersi dietro le sue amate nuvole dense.
Eric ci dice che siamo molto fortunati, spesso d’inverno non è visibile per settimane. E’ venuto a salutarci per poi ritornare a dormire dietro le nuvole.

Proseguiamo l’itinerario inoltrandoci in un’impervia strada dissestata e non asfaltata lunga 100 chilometri. Eric guida cercando di destreggiarsi tra le enormi voragini lasciate dalla pioggia dei giorni precedenti, noi dobbiamo tenerci forte alle maniglie del van. Dopo alcuni chilometri la situazione peggiora. Eric prende una grossa buca, sentiamo un forte tonfo e il van inizia a scivolare sulla terra fermandosi poco più avanti. Scendiamo spaventati a controllare il danno, ma per fortuna siamo tutti e tre integri.
L’amara sorpresa: abbiamo perso una ruota. Rotolata trenta metri più avanti. Cerchio spezzato, distrutto!
In pochi minuti ci raggiungono decine di persone, alcune moto si fermano e il driver di una jeep si accosta per aiutarci. Per fortuna abbiamo una gomma con cerchio di riserva che il gommista aveva saggiamente riparato il giorno precedente. Tutti si adoperano per aiutare il povero Eric in infradito e pantaloncini steso a pancia in giù sotto il van sollevato dal cric. Intanto decine di bambini si avvicinano a noi e non riusciamo a non regalare qualche matita che avevamo portato da donare a una scuola. Le ore passano e finalmente riusciamo a ripartire.
Arriviamo ai cancelli dello Tsavo Est all’ora di pranzo, ma a quell’ora fa troppo caldo e gli animali si riparano all’ombra di qualche albero e cespuglio. Riusciamo a vedere un grosso leopardo riposare sui rami di una rovere.
Il paesaggio è cambiato, i colori sono diversi. La terra è diventata rossa costellata da enormi baobab, la temperatura è decisamente più elevata. Anche gli animali sembrano essersi adattati a quel territorio. Gli elefanti e le zebre hanno una sfumatura color mattone e si vedono alcuni animali tropicali, come i tucani, oltre a specie di gazzelle per cui scopriamo che Eric ha un’innata passione: le Tompson Gazelle!
Uscendo dallo Tsavo percorriamo gli ultimi chilometri in compagnia di Eric e intravediamo in lontananza il mare di Watamu.
In serata arriviamo a Watamu, presso il Gecko Resort, siamo impolverati, stanchi ma pieni di gioia. Ci sembra così strano questo resort, così in contrasto con la cruda realtà che avevamo conosciuto nei giorni precedenti. Ci sembra tutto “troppo turistico”, ma sicuramente adatto per goderci gli ultimi giorni il mare della costa kenyota.
Alla reception ci accoglie Henry, che diventerà un nostro caro amico. Abbracciamo Eric, ringraziandolo per questa avventura così preziosa e densa di emozioni che ci ha regalato, e Henry ci accompagna nella nostra camera per i prossimi cinque giorni.










Giorni 6-11
Data: 12-17 agosto
Tappe: Watamu – Malindi – Lea Mwana – Safari blu
Pernottamento: Gecko Resort
La mattina seguente, dopo un’abbondante colazione, andiamo a esplorare le spiagge di Watamu. Ci troviamo proprio sulla spiaggia di Garoda, una delle più belle della costa. Rimaniamo sorpresi dalla forza della marea. Il mare avanza e indietreggia di decine di metri due volte al giorno, arrivando a scoprire quasi del tutto la barriera corallina.
Consiglio: se le vostre date di viaggio sono flessibili, controllate le maree perchè ciclicamente diventano più forti, riuscendo a scoprire del tutto la barriera corallina.
Il mare è bellissimo, contiamo almeno sette sfumature di blu e azzurro, accentuato ancor di più dalla finissima sabbia bianca. Alcuni scogli scuri affiorano dal mare, rendendo il paesaggio molto particolare. Ma come sempre, in Kenya, la protagonista è la gente. Il resort è delimitato da una bassa recinzione in bambù e, oltrepassandola, facciamo il nostro primo incontro con i famosi beach boys, giovani ragazzi che vendono escursioni sulla spiaggia. Bisogna prepararsi alla loro insistenza, ma due chiacchiere sono piacevoli.
La prima giornata di mare trascorre nel relax assoluto: sole, cibo, mare e passeggiate. Ma non siamo “tipi da spiaggia” e abbiamo ancora tante cose da vedere!
Il giorno seguente chiediamo al nostro amico Henry se ha voglia di accompagnarci nel suo giorno libero per un’importante missione: andare a portare alcuni doni a un orfanotrofio. Henry ci aiuta a organizzare la nostra missione. Individuiamo il Lea Mwana, un orfanotrofio di Malindi che ospita più di cento bambini e ragazzi. E’ solo uno dei tanti orfanotrofi limitrofi.
Un tuc tuc ci viene a prendere e, uscendo dal resort, ritorniamo presto alla realtà nascosta solo a chi decide di rifugiarsi nell’atmosfera patinata dei resort fronte mare. Attraversiamo Watamu e la sua aria frizzante, fino ad arrivare a Malindi, dove ci fermiamo a fare spesa in una delle baracche a bordo strada. Acquistiamo ciò che troviamo un questo buio e angusto negozietto con un ventilatore polveroso che gira sulla nostra testa. Chili di legumi, farina, generi di prima necessità, sapone, assorbenti e carta igienica. Con il tuc tuc che straborda di pacchi, raggiungiamo il cancello del Lea Mwana e con un colpo di clacson, un bimbo viene ad aprirci.
Non eravamo assolutamente preparati a ciò che ci aspettava. Pensavamo solo di lasciare ciò che avevamo acquistato. Invece veniamo accolti da decine di bambini che ci abbracciano e corrono nel cortile centrale della struttura. Ci viene incontro una delle coordinatrici, Elisabeth. Una donna incredibile, che ogni giorno si prende cura di tutti i bimbi e i ragazzi dell’orfanotrofio.
Mentre i ragazzi più forti scaricano i nostri pacchi, noi veniamo invitati a fare il giro della struttura. Si tratta di un complesso costruito, grazie alle donazioni, in cemento con tetto in legno e lamiera, semplice ma accogliente, dai muri colorati di giallo e un cortile centrale sterrato dove si trascorre la maggior parte della giornata all’ombra di un grande albero centrale. Oltre alle camerate con semplici letti a castello e alcuni ripiani per i vestiti, sono presenti anche un’aula scolastica con banchi e lavagna e una cucina comune con due grossi focolari a gpl accesi al centro della stanza. La flebile energia elettrica viene utilizzata per il frigorifero e l’unica acqua presente è quella di una cisterna collegata a un rubinetto.
I bambini sono un turbine di energia. Sono curiosi di conoscerci, ci fanno mille domande e si divertono salendo sul nostro tuc tuc.
Ci sono anche due neonati, una bimba di due e un bimbo di nove mesi, che hanno tanti bisogni: pannolini, latte in polvere e medicine.
Le bambine sono affascinate dai miei capelli lunghi, li toccano, pettinano, e in pochi minuti mi ritrovo piena di treccine!
Si canta e si balla, c’è aria di festa per questi due stranieri che sono venuti a trovarli. Hanno anche imparato qualche canzone in italiano che non vedono l’ora di farci ascoltare.
Ma è negli occhi degli adolescenti che ci perdiamo. Ragazzi che spesso hanno subito violenze, abusi, o nel migliore dei casi sono stati abbandonati. I loro occhi sono pieni di speranza e paura, voglia di riscatto e rabbia.
Ci rendiamo conto di quanto purtroppo la nostra sia solo una goccia nel mare per loro, mentre per noi è uno dei momenti più toccanti della nostra vita.
Le ore trascorse al Lea Mwana volano via veloci, ci assentiamo solo qualche minuto per andare ad acquistare altro latte in polvere e pannolini per i due piccoli dell’orfanotrofio.
Si fa ora di pranzo, è ora di salutare queste anime speciali, con la promessa di non abbandonarli anche una volta tornati in Italia.
Se siete interessati a supportare l’orfanotrofio Lea Mwana, vi lasciamo i loro contatti:










L’ultima avventura kenyota che decidiamo di fare è il Safari Blu: una giornata in barca tra mangrovie, snorkeling e sole.
Ci facciamo aiutare da Henry per prenotare e la mattina seguente ci rechiamo con il tuc tuc al punto di ritrovo al Mida Creek, tra le mangrovie, dove ad attenderci c’è la tipica imbarcazione in legno dedicata ai Safari blu. L’equipaggio è impegnato a portare a bordo enormi borse frigo che ci fanno ben sperare per il pranzo. Siamo circa venti persone e riusciamo a prendere posto comodamente. Iniziamo a navigare nel Mida Creek, tra le mangrovie, fino a raggiungere la foce del fiume, dove l’acqua è così bassa e cristallina da non poter non fare un tuffo. Raggiungiamo poi il luogo destinato al pranzo dove si iniziano a grigliare piccole aragoste, gamberoni e seppie. Ci sediamo su tavolini in pietra riparati dal sole da una copertura di paglia. Il pranzo è ottimo, l’accoglienza è perfetta. Veniamo poi invitati a fare un giro tra le mangrovie nelle tipiche canoe ricavate dal tronco dei baobab e ci divertiamo ad ascoltare i canti marinareschi della nostra guida che rema al fondo della canoa.
La giornata si conclude con lo snorkeling in mare aperto circondati da una suggestiva barriera corallina.














Difficilmente scorderemo le emozioni di questo viaggio e l’autenticità delle persone che abbiamo conosciuto.
Un volo interno da Malindi ci riporta a Nairobi, dove ci imbarcheremo per ritornare in italia, via Istanbul.
Il Kilimangiaro decide di farci un ultimo saluto al tramonto e la sua bellezza rimarrà impressa per sempre nei nostri occhi.
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